“Il rumore dolce di ciò che ritorna: la confessione musicale di AdriaCo in Collezione di arretrati”
- Luigia Tamburro

- 12 feb
- Tempo di lettura: 13 min

C’è chi pubblica un disco per iniziare.
E chi lo fa per chiudere un cerchio.
AdriaCo appartiene alla seconda categoria.
“Collezione di arretrati” non è solo un album d’esordio: è un archivio emotivo rimasto in sospeso per oltre quindici anni. Canzoni nate nell’adolescenza, cresciute insieme alle sue cicatrici, riscritte, tradotte, rimesse a nudo. Non un semplice prodotto musicale, ma un atto di restituzione: al tempo che passa, alle versioni precedenti di sé, alle parole rimaste in un cassetto.
Dietro il cambio di nome – da ACo ad AdriaCo – c’è una trasformazione profonda. Se prima era una dimensione più collettiva, oggi è una presa di responsabilità artistica: un progetto che porta il suo nome, il suo peso, la sua voce senza filtri. Più consapevole, più esposto, più vero.
In questo disco convivono sogni infranti e memoria familiare, conflitti interiori e riflessioni sull’industria musicale, malinconia e orchestrazioni cinematografiche. Pop-rock anni ’90, ballad eteree, interludi simbolici e arrangiamenti corali si intrecciano in un racconto che suona come un diario generazionale: quello di chi è cresciuto con promesse enormi e si è ritrovato adulto in equilibrio precario tra desiderio di autenticità e bisogno di stabilità.
Brani come “Un’altra favola” parlano ai trentenni sospesi tra sogni e realtà.
“Cicatrici” scava nel conflitto creativo e nelle ferite che diventano motore artistico.
“Al tramonto” restituisce alla memoria familiare una delicatezza quasi sacra.
E in chiusura, “Mercato”, si chiede se oggi sia ancora possibile essere artisti senza diventare merce.
AdriaCo non cerca la performance a tutti i costi. Cerca la verità.
La sua forza sta nella vulnerabilità dichiarata, nella scrittura che non si nasconde, nella scelta di mostrare anche ciò che normalmente si terrebbe fuori dai riflettori.
“Collezione di arretrati” è per chi si sente in ritardo.
Per chi ha lasciato sogni a metà.
Per chi convive con l’ansia e con domande che non trovano mai una risposta definitiva.
È un disco che non promette soluzioni, ma compagnia.
E a volte, è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno
1. “Collezione di arretrati” è il tuo album d’esordio ufficiale, ma nasce da brani scritti nell’arco di oltre quindici anni: cosa significa per te pubblicare oggi un disco così stratificato e autobiografico?
2. AdriaCo è l’evoluzione di un progetto iniziato come ACo: che tipo di trasformazione personale e artistica c’è stata dietro questo cambio di nome e di identità?
3. Nel disco parli spesso di ansia, aspettative e ricerca di sé: quanto è stato difficile – o liberatorio – metterti così a nudo davanti a chi ascolta?
4. Il titolo “Collezione di arretrati” richiama idee di tempo, sospensione e incompiuto: cosa rappresentano per te questi “arretrati” e perché era importante dargli finalmente una forma definitiva?
5. L’album sembra quasi un diario di crescita, dall’adolescenza all’età adulta: ti senti arrivato a un punto di pace con il tuo passato o questo disco apre nuove domande?
6. Nel disco convivono sogno, incubo, confessione e consapevolezza: quanto è importante per te raccontare anche le parti più scomode e fragili dell’esperienza umana?
7. I testi sono interamente tuoi: da dove nasce di solito una tua canzone, da una parola, da un’immagine, da una sensazione fisica o da un suono?
8. Musicalmente l’album attraversa pop-rock anni ’90, ballad eteree, interludi simbolici e arrangiamenti orchestrali: quanto è stato naturale per te mescolare linguaggi così diversi?
9. Hai una formazione molto ampia, dalla musica classica al pop, dal rock al world: quanto questa “contaminazione” influisce sul tuo modo di scrivere e arrangiare?
10. “Un’altra favola” apre il disco parlando di sogni infranti e crescita generazionale: pensi che la tua storia personale rifletta quella di molti trentenni di oggi?
11. In “Cicatrici” affronti il conflitto interiore e il giudizio su sé stessi: quanto la creatività è legata, per te, anche alle proprie ombre?
12. “Al tramonto” è una ballad dedicata a tua nonna: che ruolo ha la memoria familiare nella tua musica e nella tua identità artistica?
13. “Mercato” chiude l’album con una riflessione sull’industria musicale: quanto è difficile oggi rimanere autentici in un sistema che spesso chiede di “vendere” sé stessi?
14. L’album è il frutto di un grande lavoro collettivo: quanto è stato importante il contributo dei musicisti e dei collaboratori nel dare forma definitiva al tuo suono?
15. Produzione, arrangiamenti orchestrali, cori numerosi: quanto ti affascina l’idea della musica come esperienza quasi cinematografica?
16. Hai lavorato sia in studio che in home recording: come cambia il tuo approccio creativo tra intimità domestica e lavoro di squadra?
17. Dopo anni di formazione, collaborazioni importanti e insegnamento, che tipo di rapporto senti di avere oggi con il palco e con il pubblico?
18. Questo album sembra una chiusura di un lungo capitolo: cosa ti porti dietro da “Collezione di arretrati” e cosa senti di voler esplorare nel futuro di AdriaCo?
19. Se dovessi descrivere AdriaCo a chi ti ascolta per la prima volta, con quale immagine o sensazione vorresti essere ricordato?
20. E per chi sta attraversando ansia, smarrimento o cambiamenti profondi: cosa speri che trovi ascoltando questo disco?
1. Significa soprattutto dare un senso all'attesa e a tutto quello che c'è stato e che ha portato dove mi trovo ora. Da cantautore tendo a pensare al di là del prodotto, non penso al suo inquadramento commerciale, ma al significato che ha per me, quale parte della mia vita sta racchiudendo. In questo caso essendo un arco di tempo lungo c'è dentro tutta un'evoluzione e produrle e pubblicarle a distanza di anni ha avuto un potere catartico, ho ripercorso le tappe e sciolto dei nodi.
2. Questa è stata una presa di coscienza importante. Col nome ACo ho un legame di lunga data, ero veramente piccolo quando ho cominciato a usarlo come firma su un file doc dove appuntavo i miei primi testi. Quando pensavo a me da adulto come artista, pensavo a me come ACo... Con questo nome ho pubblicato dapprima brani sperimentali, lavorati da solo in studio di registrazione usando sample e tastiere. Poi a poco a poco sono arrivati collaboratori, date in acustico... E alla fine ACo è stato legato per me in modo indissolubile a una dimensione più collettiva, quella di band, con cui abbiamo realizzato il nostro EP (N). Quando ho iniziato a lavorare su Collezione di Arretrati sapevo che stavo entrando in una fase diversa, la band non c'era più e io avevo cambiato modo di scrivere, ho realizzato delle demo arrangiate interamente da me e poi le ho date in pasto ai nuovi collaboratori che ho chiamato proponendo un lavoro, su commissione. In questa visione aveva senso dare più peso alla mia parte in quel A&Co, quindi è diventato AdriaCo.
3. Molto difficile, più di quanto pensassi. Quando scrivo mi libero di pensieri ed emozioni che hanno urgenza di uscire. Non penso mai al fatto che poi possano essere pubblicate. All'inizio mi proteggevo scrivendo solo in Inglese. Canzoni come Cicatrici sono nate in Inglese e quando poi l'ho tradotta è stato un lavoro quasi compilativo. Non mi ero reso conto di quanto mi stessi mettendo a nudo. Pubblicare questi brani mi ha fatto sentire molto esposto. Certe volte penso che una persona che ha ascoltato con attenzione questo disco potrebbe conoscermi molto meglio di amici che frequento da tanto e con cui non mi sono mai aperto così.
4. Sì, chiaramente l'idea di partenza del disco è quella che ho collezionato opere incompiute. E la riflessione che segue è che forse ognuno per le proprie cose tutti lo facciamo, fa parte della vita. Questo disco alla fine secondo me fa un po' pace con l'idea del tempo che passa, che cambia i pensieri e le priorità. Un disco per capire l'importanza delle scelte, di ciò che è giusto conservare e portare con sé, ciò che è giusto portare a compimento perché ancora ci rappresenta e ciò che invece è bene archiviare, ma sempre ricordando che è parte di noi, che siamo stati anche qualcosa in cui oggi non ci riconosciamo più.
5. Direi che apre ancora molte domande e penso si percepisca anche nei testi, che non c'è un punto di arrivo ma un nuovo inizio in cui rimboccarsi le maniche. Capire certamente che è momento di voltare pagina ed entrare in una nuova fase della vita, ma questo non vuol dire far finta che sia tutto perfetto. Che quel caos, quei periodi bui, non ci siano stati. In fin dei conti è sempre il tema degli arretrati, ricordarsi che abbiamo un passato, anche mentre viviamo il presente. Sicuramente ci sono consapevolezze che permettono di gestire meglio, di capirsi meglio, ma credo che una vera pace sia impossibile. Mi sembra che una vita vissuta davvero sia piuttosto una continua messa in discussione di tutto.
6. Molto importante. Credo che l'obiettivo per me come per tantissimi altri artisti sia poter parlare a persone che stanno vivendo qualcosa di simile, far capire loro che non sono sole. Questo passa attraverso un racconto delle proprie vulnerabilità. Altrimenti staremmo facendo lo stesso gioco che si fa a un colloquio di lavoro o su una pagina social, dove mostriamo solo le nostre parti migliori, per venderci meglio. Ma questo non avvicina le persone tra loro.
7. Sì ho scritto interamente testi ma in effetti anche musiche del disco, tolti i contributi degli altri citati nei credits che riguardano però soprattutto le parti strumentali e rientrano più nella parte di arrangiamento. Di fatto nella maggior parte dei casi per me arriva prima la melodia e poi il testo. Magari ho una bozza di melodia che rifinisco sulla metrica solo col testo definitivo. Poi ho attraversato tante fasi, ho avuto quella in cui ho musicato testi che avevo appuntato su un diario senza musica. Ho avuto quella dei testi a tavolino scritti già sapendo di cosa volevo parlare. Ora da un bel po' di anni ho ispirazioni istantanee, le seguo in qualunque momento arrivino, magari è solo un pensiero che ho fatto o uno stato d'animo, che mi attiva la vena creativa. Appunto subito in un audio sul cellulare frammenti di melodia e talvolta già delle frasi che arrivano insieme alla melodia. Lo faccio senza giudicarmi, la scrematura viene dopo. Quindi la risposta in sintesi è: dipende.
8. Per me è molto naturale. Ho sempre ascoltato musica molto eterogenea e sono cresciuto nell'era degli mp3. Ricordo che quando si partiva per le vacanze collegavamo allo stereo la mia pennetta mp3 e mettevo in modalità shuffle tutto ciò che avevo. Talvolta creavo delle vere e proprie compilation su CD e si attraversavano veramente le epoche e i generi. Per cui la varietà multistilistica non mi spaventa. Escamotage come gli interludi nascevano per legare meglio le tracce tra loro ma alla fine hanno creato più varietà ancora. Credo che un po' il mercato contemporaneo stia andando in questa direzione, gli artisti hanno identità forti che li rendono riconoscibili qualunque cosa facciano.
9. Chiaramente influisce su quello che scrivo. Non ho reale controllo sullo stile che esce fuori. Le influenze si chiamano così perché appunto ti influenzano, che tu lo voglia o no. Può anche essere molto scomodo perché ad esempio se scrivessi per altri farei fatica a scrivere qualcosa di più lineare, scolastico e impersonale. Ma penso che nel mio progetto, che racconta la mia storia anche musicale, sia giusto che ci finisca dentro tutto questo.
10. Penso proprio di sì. Ed è un punto di forza del cantautorato, quando l'autore parla di sé e della propria vita ma riesce a impiattarla in modo che possa risuonare agli altri. Anche solo un passaggio, una frase. Quello delle promesse infrante e del mondo che non è come ci è stato promesso, sia un tema dei millennial. I gen Z sono molto più disillusi. Noi siamo eterni bambini, spesso sospesi tra sogni di una vita fichissima che ci permette di esprimere la nostra personalità al 100% e la stabilità economica che abbiamo visto negli esempi dei nostri genitori e che ci è stata data come modello di vita adulta. Siamo tutti un po' disastrelli, ognuno a modo proprio.
11. È legata certamente alle ombre ma anche alle luci. Cicatrici (in origine Past Scars) fa parte di un periodo per me denso di realizzazioni e autoanalisi, che ho avuto più o meno tra i 18 e i 22 anni. In quegli anni ho scritto tantissimi testi a flusso di coscienza in cui esprimevo il disagio che sentivo e non riuscivo a verbalizzare. Ogni canzone era come una seduta di psicoterapia in cui portavo a galla dei mostri interiori. A Cicatrici sono rimasto particolarmente legato perché è andata dritta al nocciolo della questione forse più spinosa di tutte: quanto della creatività umana, o almeno della mia, è una risposta a ferite narcisistiche? Quindi diciamo che sì, Cicatrici un po' ci dice che quel conflitto interiore è spesso motore per la scrittura, ma ovviamente non c'è solo quello.
12. In questo disco la famiglia è molto più presente di quanto non sembri. Al Tramonto per mia nonna, ma anche Assedio per i miei genitori, in Sogno c'è un riflessione sul rapporto che ho avuto da bambino con mio padre, in Un'Altra Favola si mescolano frammenti di conversazioni tra cui anche alcune avute tanti anni fa con mia madre. La mia famiglia è particolare, da fuori sembriamo normalissimi ma poi non lo siamo affatto. Tutte le spigolosità del contesto in cui cresciamo indubbiamente plasmano e contribuiscono a costruire anche l'identità artistica. Diciamo che il rapporto con la famiglia è centrale in questo album, di come quei conflitti, che pure lasciano u loro segni, perdano di valore di fronte a un tempo tiranno che scorre inesorabile. Quando realizzi che il tempo a disposizione è poco e l'amore è il fulcro di tutto. Come anche nel vecchio EP (N), è il rapporto con l'altro che salva da una spirale di pensieri.
13. Quasi impossibile, direi. Soprattutto se si sceglie di porsi l'obiettivo del successo. Se poi pensiamo che spesso al tritacarne del mercato discografico vengono dati in pasto giovani ancora acerbi e inconsapevoli... Io ebbi un momento in cui una talent scout importante di una grossa etichetta italiana, mi notò. Ero giovanissimo, non avevo pubblicato nulla, non mi sentivo pronto. Fu sicuramente una bella molla per iniziare a fare qualcosa, perché mi chiese delle demo e io non avevo nulla. Però alla fine sono anche un po' contento che la cosa all'epoca non sia andata in porto. Mi chiedo spesso dove sarei ora se fosse andata diversamente, ma anche chi sarei ora. Conoscendo le mie vulnerabilità, penso che sarei collassato facilmente. Oggi mi sento più solido e anche centrato su ciò che significa per me scrivere e produrre la mia musica e il successo sicuramente non rientra nel quadro generale. Poi se succede succede. Ecco io penso un po' questo, la storia della musica ha secoli alle spalle. Il mercato discografico è un invenzione molto più recente, che ha trasformato la musica appunto in merce. Creando sicuramente tantissime nuove figure professionali, ma rendendo il ruolo dell'artista di fatto ambiguo. È qui per dire qualcosa o per vendere qualcosa? Io preferisco la prima.
14. Sicuramente importante, senza di loro non lo avrei potuto fare. Il mio più grosso limite, che sto cercando di colmare, è l'utilizzo delle funzioni avanzate dei software. Per questo ho avuto bisogno di rivolgermi a musicisti che sanno bene dove mettere le mani, come Emanuele Andolfi o Alessandro Passi. A volte io dico solo come vorrei che suonasse, magari lo dico con dei versi, imito un suono o un effetto con la voce. A casa da solo non lavoro così, vado per tentativi e a volte escono pure cose fighe ma è randomico. Poi chiaramente ho sempre bisogno di un riscontro e della creatività di chi usa strumenti diversi dalle tastiere. Valerio Passi e Bernardino Ponzani hanno registrato gran parte del lavoro nei propri home studio e sapevo che stavano facendo un ottimo lavoro. Ho supervisionato ma con interesse e fiducia. Mi hanno detto spesso che mi comportavo un po' come il regista di un set, lasciavo le responsabilità a chi di competenza ma con una direzione data da me, un'idea di suono che avevo in partenza. È stato molto naturale anche quando dalla bozza al definitivo ci sono stati cambiamenti, perché a volte le controproposte mi hanno convinto di più di quello che avevo in mente io. È anche bello questo scambio.
15. Ecco senza volerlo ho un po' anticipato la risposta. Mi affascina molto la dimensione corale della musica. Forse perché nella vita sono abbastanza solitario, fuggo dalle comitive, faccio fatica a legare con conoscenti e colleghi, mi inquietano i luoghi troppo affollati. E allora mi metto ad affollare studi di registrazione e credits delle mie produzioni. Mi piace vedere cosa possono combinare tante teste insieme. Sono convinto che se scrivessi nota per nota tutto quello che devono fare uscirebbe un lavoro magari più preciso ma meno umano, meno vero. Anche quando ho scritto partiture, c'è sempre la componente umana che suona e interpreta, con una dinamica, un'intenzione. Altrimenti che senso ha chiamare musicisti a collaborare? Ognuno ha la propria storia, il suo background formativo e culturale e contribuisce così all'opera definitiva.
16. La prima grande differenza è il fattore tempo. Il lavoro in studio mi piace perché ha una scadenza. Pone un limite, ti mette davanti a dei compromessi, perché hai pagato lo studio per un tempo e non puoi stare a oltranza. Casa è il posto perfetto per lasciare le idee prendere forma, sperimentare soluzioni, decantare, maturare, a volte purtroppo anche marcire. Da solo spesso fatico a mettermi all'opera, ma quando inizio agisco in una sorta di raptus creativo e non vorrei fermarmi più. È un momento comunque importante di espressione e di realizzazione di sé. In studio o quando ci sono altre persone, vivo con ansia l'attesa, non vedo l'ora di essere al lavoro, divento un grande pianificatore e durante il lavoro un regista o un coordinatore, che tiene il punto. Anche lì non sento la fatica ma cerco di capire se gli altri la stanno sentendo. E poi mi affido, ascolto le idee degli altri, ne nascono altre insieme. È un lavoro più stimolante.
17. Il mio rapporto col palco, dopo tutti questi anni lo sto ancora capendo. Forse banalmente ho capito che non lo amo molto. Mi piace tutto quello che succede dietro le quinte, molto meno quello che succede sopra il palco. Mi trovo nella dimensione piano e voce perché mi sembra dare un senso al fatto che sto presentando delle canzoni, che sto dando una parte di me stesso. Gli show articolati, a cui ho anche preso parte per varie esperienze anche non legate al mio progetto, sono sicuramente un bombardamento emotivo. Mi piace essere sul palco con formazioni orchestrali ad esempio. Però sento che sto facendo un lavoro, non sono completamente a mio agio e non mi lascio andare. In generale mi rendo conto che non sono troppo amante della performance. Lo vedo anche nell'insegnamento, gli allievi spesso non vedono l'ora di esibirsi, io non vedo l'ora di creare, ma di esibirmi mi interessa poco e non perché non mi piaccia o mi spaventi il pubblico. È che non sento lì il motore che si accende.
18. Lo è, un lungo capitolo di consapevolezze e prese di coscienza che mi lascia come una voce interiore, una guida. Per tutte le volte in cui mi areno, per tutte le volte in cui mi demotivo. Quella voce mi dice "però guarda che bella cosa che hai fatto". E penso sia giusto riconoscerselo. Godermi la soddisfazione di aver finalmente dato vita a qualcosa che aspettava da tanto, ricordarmi poi come mi ha fatto sentire. Nel futuro di AdriaCo vorrei continuare a pubblicare altri "arretrati" e lasciarmi scoraggiare meno dal tempo che passa, in primis. Ma anche stare più nel presente, provare a uscire dalla comfort zone creativa.
19. Non so cosa rispondere. Forse chiederei solo di chiudere gli occhi e ascoltare. Mi sono dovuto arrendere al fatto che ormai sia fondamentale una dimensione anche visiva del prodotto musicale, non se ne può fare a meno. Credo che l'immagine che è venuta fuori sia quella di un ometto strano che vive un po' nel suo mondo e immerso nelle sue riflessioni e che carica carica per poi avere esplosioni comunicative. Mi sento abbastanza così nella quotidianità quindi ci sta. E per la sensazione... penso ci sia un fondo di malinconia un po' in tutto quello che faccio.
20. Il fine ultimo è che chi si sente male in questo momento, chi ha attraversato o sta attraversando periodi difficili e risuona in qualche modo, possa prima di tutto sentirsi meno solo. Capire che quello che vive non è incomprensibile. Che ci si può vedere a vicenda, tra esseri umani, vulnerabili come siamo. Credo che questo sia ciò che per me ha rappresentato l'ascolto della musica da sempre e sarei felicissimo se la mia musica svolgesse un ruolo analogo per qualcun altro. Anche solo una canzone. È anche già successo, alcuni feedback mi hanno molto colpito.









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