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"PARANOIE", il desiderio silenzioso di una generazione in cerca di emozioni.

"PARANOIE" è il nuovo singolo di Oras che

racconta quel senso di dissociazione che può emergere anche quando, all'apparenza, tutto sembra andare per il verso giusto. Tra introspezione e ricerca di autenticità, il brano esplora il bisogno di ritrovare un contatto profondo con le proprie emozioni e di riscoprire ciò che ci fa sentire davvero vivi. Scritto e prodotto da Orazio Manfredi e Rosario Canale.




1. Raccontaci perché hai scelto il nome “Oras” e come hai capito che la musica era la tua strada.


Il nome Oras nasce dal mio nome, Orazio. Volevo qualcosa che mi rappresentasse, ma che allo stesso tempo avesse una forma più essenziale, più artistica, più mia. Non volevo inventarmi un personaggio distante da me: Oras sono io, semplicemente in una forma più diretta.


Ho capito che la musica era la mia strada perché non è mai stata solo una cosa che facevo. Era il modo in cui riuscivo a capirmi, a dire cose che nella vita normale magari non riuscivo a spiegare. A un certo punto ho capito che non cantavo solo perché mi piaceva cantare, ma perché avevo bisogno di trasformare quello che vivevo in qualcosa.



2. Oltre alla musica hai anche altre passioni o fai un altro lavoro?


Sì, oltre alla musica lavoro anche nell’azienda di famiglia, che si occupa di prodotti legati alla nostra terra, soprattutto olio e prodotti agroalimentari. È un mondo completamente diverso dalla musica, ma in realtà mi ha insegnato tanto: il valore del sacrificio, della costanza, delle cose fatte bene.


Poi ho anche tante passioni. Mi piace molto tutto ciò che riguarda la creatività, l’immagine, i videogiochi, il cinema, tutto quello che può costruire un mondo. Negli ultimi tempi sto cercando proprio di unire la musica a una parte più visiva e narrativa.



3. Come trovi l’ispirazione per la scrittura di un brano?


Di solito l’ispirazione arriva da qualcosa che non riesco a risolvere subito. Una sensazione, una frase, un momento, una mancanza. Non parto quasi mai dicendo: “adesso scrivo una canzone su questo tema”. Succede più spesso che mi porto dentro qualcosa per un po’, finché a un certo punto viene fuori.


Per me scrivere significa mettere ordine nel caos. A volte capisco davvero quello che provo solo dopo averlo scritto. La canzone diventa quasi uno specchio: prima c’è una confusione dentro, poi piano piano iniziano ad arrivare parole, immagini, melodie.



4. Da venerdì 22 maggio è disponibile “PARANOIE”, il nuovo singolo di Oras. Come nasce questo brano e quale esigenza espressiva ti ha portato a scriverlo?


“Paranoie” nasce da un periodo in cui fuori sembrava tutto normale, ma dentro non lo era affatto. È nata dall’esigenza di raccontare quella distanza che a volte si crea tra quello che mostri agli altri e quello che stai vivendo davvero.


Non volevo scrivere una canzone solo triste. Volevo raccontare un momento preciso: quando ti accorgi che stai andando avanti, stai facendo le tue cose, magari sorridi anche, però dentro senti che qualcosa si è spento o si è allontanato. “Paranoie” nasce da lì, da quella frattura.



5. “PARANOIE” racconta una distanza interiore che spesso rimane invisibile agli occhi degli altri. Quanto c’è della tua esperienza personale in questo racconto?


C’è molto di personale. Non mi piace fingere che le mie canzoni siano completamente inventate, perché non sarebbe vero. In “Paranoie” c’è una parte di me, c’è un periodo in cui mi sono sentito distante da tutto, anche da me stesso.


Magari da fuori continuavo a vivere normalmente, ma dentro c’era una sensazione di apatia, di vuoto, di disconnessione. E credo che questa cosa capiti a tante persone, solo che spesso non si vede. Proprio per questo ho sentito il bisogno di raccontarla.



6. Nel brano parli di una vita che all’apparenza sembra procedere senza problemi, ma che nasconde un senso di vuoto. Perché hai scelto di affrontare questo tema?


Perché secondo me è una delle cose più vere del nostro tempo. Oggi siamo tutti portati a mostrare una versione ordinata di noi stessi: quella che funziona, quella che sorride, quella che va avanti. Però non sempre quello che si vede corrisponde a quello che succede dentro.


Mi interessava raccontare proprio quella zona lì: non il dolore plateale, non il dramma evidente, ma quel vuoto silenzioso che magari nessuno nota. E secondo me è importante parlarne, perché tante persone si sentono così e pensano di essere sole.



7. Qual è il significato del titolo “PARANOIE” e come si collega al messaggio della canzone?


Il titolo “Paranoie” non va inteso solo come pensieri strani o paure irrazionali. Per me rappresenta quel rumore mentale che ti accompagna quando non sei più davvero connesso a te stesso. Sono quei pensieri che tornano, quelle domande che non si spengono, quella sensazione di non riuscire a stare completamente in pace.


È un titolo diretto, quasi sporco, perché non volevo addolcire troppo il concetto. La canzone parla di una mente che prova a capire cosa sta succedendo, ma non trova subito una risposta. E in quel momento nascono le paranoie.



8. Uno dei temi centrali del brano è la difficoltà di riconnettersi con le proprie emozioni. Cosa rappresenta per te questa ricerca di autenticità?


Per me autenticità significa smettere di recitare una versione comoda di se stessi. Non vuol dire essere sempre forti, sempre lucidi, sempre risolti. Anzi, a volte essere autentici significa ammettere che non stai bene, che sei confuso, che ti sei perso un po’.


Questa ricerca per me è fondamentale, anche nella musica. Io non voglio costruire canzoni perfette ma vuote. Preferisco rischiare qualcosa, raccontare una fragilità vera, anche se magari è meno comoda. Perché alla fine credo che le persone si riconoscano nella verità, non nella perfezione.



9. Attraverso la tua musica esplori spesso gli aspetti più intimi e irrisolti dell’esperienza umana. In che modo “PARANOIE” rappresenta questa tua visione artistica?


“Paranoie” rappresenta molto la direzione che sento più mia: raccontare ciò che spesso resta nascosto. Non mi interessa solo fare una canzone da ascoltare distrattamente. Mi interessa creare un mondo, un’atmosfera, qualcosa in cui una persona possa entrare e dire: “ok, questa cosa la conosco anche io”.


Questo brano è molto legato alla mia visione artistica perché parte da una fragilità personale, ma prova a trasformarla in qualcosa di più universale. Non è solo il mio sfogo. È un tentativo di dare forma a una sensazione che molti vivono ma pochi riescono a spiegare.



10. Questo singolo inaugura un nuovo percorso musicale. Quali novità rappresenta rispetto ai tuoi lavori precedenti?


Rispetto ai miei brani precedenti, “Paranoie” è sicuramente un passo più consapevole. Sento che qui non sto solo pubblicando una canzone, ma sto iniziando a costruire un’identità più definita, sia musicale che visiva.


C’è un mondo più scuro, più cinematografico, più introspettivo. C’è una ricerca più precisa sulle immagini, sulle atmosfere, sul modo di comunicare. Prima magari raccontavo delle storie, adesso sto cercando di costruire un percorso più ampio, dove ogni brano è un capitolo.



11. Come avete lavorato alla produzione del brano insieme a Rosario Canale?


Con Rosario Canale abbiamo lavorato cercando di rispettare il cuore del brano senza appesantirlo troppo. Il rischio, con un testo così introspettivo, era quello di creare una produzione troppo piena o troppo melodrammatica. Invece volevamo che ci fosse spazio, che la voce respirasse, che l’atmosfera accompagnasse il significato.


Abbiamo cercato un equilibrio tra intensità e modernità. La produzione doveva sostenere il racconto, non coprirlo. Doveva far sentire quella tensione interiore, quel senso di distanza, ma senza diventare eccessiva.



12. Dal punto di vista musicale, quali atmosfere e sonorità avete scelto per accompagnare un testo così introspettivo?


Abbiamo scelto atmosfere scure, notturne, abbastanza sospese. Volevamo che il suono trasmettesse quella sensazione di camminare dentro i propri pensieri, come se tutto fosse leggermente distante.


Dal punto di vista musicale c’è un’intenzione pop, ma con un vestito più emotivo e cinematografico. Non volevamo una ballad classica. Volevamo qualcosa che avesse tensione, profondità e allo stesso tempo una forma contemporanea.



13. C’è un verso di “PARANOIE” che ritieni particolarmente rappresentativo del messaggio della canzone?


Sì, uno dei versi più rappresentativi per me è “accorgermi che vivo”. Perché racchiude tanto del senso del brano. Non parla semplicemente di stare male, ma di arrivare a un punto in cui hai bisogno quasi di ricordarti di essere vivo, di sentire di nuovo qualcosa.


È una frase semplice, ma per me molto forte. Dentro c’è il vuoto, ma c’è anche il primo segnale di risveglio. Come se in mezzo alla confusione iniziasse ad aprirsi una crepa.



14. Quale emozione speri arrivi agli ascoltatori dopo il primo ascolto del brano?


Spero arrivi una sensazione di riconoscimento. Non per forza una risposta, ma almeno la percezione di non essere soli in certi momenti. Vorrei che chi ascolta “Paranoie” sentisse che quella fragilità non è qualcosa da nascondere per forza.


Mi piacerebbe che dopo il primo ascolto restasse addosso un’atmosfera, una frase, un’immagine. Qualcosa che ti fa fermare un attimo e dire: “forse anche io mi sono sentito così”.



15. Cosa vorresti dire a chi oggi si riconosce in quel senso di apatia e disconnessione raccontato nella canzone?


Direi di non sentirsi sbagliato. Perché quando vivi quel tipo di disconnessione, spesso la prima cosa che fai è giudicarti. Ti chiedi perché non riesci a reagire, perché non senti entusiasmo, perché tutto sembra distante.


Io credo che il primo passo sia non fingere. Ammettere a se stessi che qualcosa non va è già una forma di coraggio. Non bisogna per forza avere subito tutte le risposte, però bisogna iniziare ad ascoltarsi davvero. Anche piano, anche con fatica.



16. “PARANOIE” è il primo capitolo del tuo nuovo percorso artistico: cosa possiamo aspettarci dai tuoi prossimi progetti?


“Paranoie” è solo l’inizio di un percorso più ampio. Nei prossimi progetti voglio continuare a raccontare il mio mondo in maniera sempre più definita, non solo attraverso le canzoni, ma anche attraverso le immagini, i video, l’estetica e tutto ciò che può far entrare le persone dentro quello che voglio comunicare.


Ci saranno nuovi brani, nuove sfumature e una ricerca ancora più forte sull’identità. Voglio che ogni uscita sia collegata alla precedente, come se fosse parte di un racconto. “Paranoie” apre una porta. Quello che verrà dopo servirà ad entrarci ancora di più.







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