“I Still Can’t Let You Go”: il dolore che respira nel nuovo singolo di Bay.
- Luigia Tamburro

- 15 minuti fa
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C’è un momento, nella vita, in cui le parole non arrivano. In cui il dolore resta sospeso, senza forma, senza voce. E poi, quasi inaspettatamente, quel silenzio trova una strada: diventa musica.
È da questo spazio emotivo che nasce “I Still Can’t Let You Go”, il nuovo brano di Bay, cantautore siciliano che fa dell’autenticità e dell’introspezione i cardini della propria espressione artistica. Dietro lo pseudonimo, scelto per la sua essenzialità e immediatezza, si cela un percorso lungo oltre quindici anni, fatto di esperienze, viaggi e una costante ricerca sonora.
Originario di Tremestieri, in provincia di Catania, Bay porta con sé le sfumature di una terra complessa e profondamente ispirante. Autodidatta, polistrumentista e autore dei propri testi, ha costruito negli anni un linguaggio musicale personale, capace di attraversare generi diversi mantenendo sempre una forte identità emotiva.
“I Still Can’t Let You Go” non è solo una canzone: è un processo, un’elaborazione lenta e necessaria. Scritta a distanza di tempo da una perdita importante, rappresenta il momento in cui il dolore trova finalmente una forma, senza forzature. Il risultato è un brano intenso, in cui la chitarra, protagonista indiscussa, accompagna l’ascoltatore fino a un assolo finale che suona come una liberazione, un respiro trattenuto troppo a lungo che finalmente si lascia andare.
Con una scrittura in inglese curata nei minimi dettagli e un approccio creativo che parte quasi sempre dalla musica, Bay riesce a trasformare emozioni personali in qualcosa di universale. Le sue canzoni non cercano risposte facili, ma invitano semplicemente ad ascoltare, sentire, attraversare.
Questo nuovo singolo è un passo importante in un progetto artistico in continua evoluzione, che punta sulla versatilità senza perdere coerenza. E soprattutto, è un invito sincero: vivere la musica e le emozioni che porta con sé fino in fondo,
senza filtri.
•Partiamo dal tuo nome: Bay è il tuo vero nome o è uno pseudonimo? Come mai hai voluto denominarti così?
È uno pseudonimo nato circa 15 anni fa, durante un mio primissimo progetto di musica elettronica. L’ho scelto perché mi piaceva la sonorità e il fatto che fosse corto, diretto e facile da ricordare.
- Di dove sei e come la tua città ha influenzato la tua sensibilità artistica?
Sono di Tremestieri, un paesino della provincia di Catania. Il mio territorio mi ha sicuramente influenzato: non è sempre semplice, ha aspetti sociali complessi, ma allo stesso tempo è ricco di stimoli artistici. Le influenze siciliane, come Battiato o Carmen Consoli, hanno lasciato un segno importante nel mio percorso.
- Parlaci dei tuoi studi e degli esordi della tua formazione musicale.
Non ho studiato musica in modo accademico, a parte un breve periodo alle medie. Sono autodidatta e ho sempre provato attrazione per diversi strumenti: dal basso alla chitarra, dal pianoforte all’armonica, fino al mandolino e alla chitarra banjo.
I miei esordi risalgono a quando avevo circa 16 anni, con la mia prima band, dove ero voce, chitarrista e bassista. È stata un’esperienza durata circa dieci anni, piena di avventure in giro per l’Italia e partecipazioni a vari festival, come Avezzano e il Girofestival. Proprio durante il Girofestival arrivò il mio primo contratto editoriale, con una tappa finale a Roma e passaggi sulla Rai. Avevo appena 17 anni: è stata un’esperienza bellissima.
- quali esperienze nel tuo percorso di vita pensi ti abbiano aiutato a crescere come persona e come artista?
Sicuramente i viaggi e il vivere spesso fuori dall’Italia. Conoscere nuove culture, persone e artisti mi ha aiutato moltissimo, sia artisticamente che a livello personale. Ha influenzato molto la mia scrittura e il mio lato introspettivo. In generale, tutto ciò che ti segna ,in positivo o in negativo , contribuisce a farti crescere e a tirare fuori sfumature artistiche che altrimenti non emergerebbero.
- quando hai capito che fare musica sarebbe stata la tua strada?
Credo da quando ero molto piccolo. Ricordo che, il giorno del mio quinto compleanno, ascoltavo continuamente “Stand By Me” di Ben E. King con un walkman. Mia cugina mi chiese cosa stessi ascoltando: io non lo sapevo nemmeno. Lei ascoltò il brano, poi mi disse di aspettare e mi diede una cassetta dei Queen, “Greatest Hits 2”. Da lì ho iniziato ad ascoltarla per anni, sentendo sempre più forte il bisogno di suonare uno strumento e scrivere testi.
- Come è nata “I Still Can’t Let You Go”?
È nata circa due anni e mezzo dopo la perdita di una persona per me molto importante. All’inizio non riuscivo a scrivere, anzi, mi forzavo a farlo subito dopo l’evento. Poi ho lasciato tutto da parte per circa due anni, e quando ho ripreso è venuto tutto in modo naturale. Evidentemente era arrivato il momento giusto per esprimere quello che sentivo.
- Nel brano parli di un’assenza persistente. In che modo ti approcci ad essa?
La vivo giorno dopo giorno. Non ho un modo preciso per affrontarla, perché cambia continuamente in base al mio stato d’animo. Spesso mi lascio semplicemente attraversare dai sentimenti, senza cercare di controllarli.
- Cosa consigli a chi si ritrova ad affrontare il dolore di una separazione in generale?
Non mi sento ancora nella posizione giusta per dare consigli. Per me è ancora qualcosa di molto presente, e a volte faccio fatica anch’io a capire come gestirlo.
- Nel brano c’è un’evidente messa in risalto della chitarra tra gli strumenti utilizzati. In un momento finale del brano abbiamo persino un assolo molto emozionante. Che cosa volevi comunicare?
L’idea era quella di esprimere lo stato d’animo che avevo dentro. Probabilmente l’assolo finale rappresenta proprio un momento liberatorio.
- Come avviene processo creativo di un tuo brano? E come si raggiunge la produzione finale?
Quasi sempre parto dalla musica: direi che nel 90% dei casi nasce prima la parte musicale. Già mentre compongo, ho dentro di me un’idea del tema e il brano prende un certo mood.
Successivamente lavoro sui testi. A volte parto da frasi annotate nel mio quaderno, ma quasi sempre le adatto alla musica. Raramente nasce tutto dal testo.
- Chi sono i tuoi più fidati collaboratori oggi?
Oggi sono i ragazzi che credono nel progetto e mi accompagnano musicalmente: Nico al basso, Giovanni “il Petra” alla batteria, Giovanni alla chitarra e Domenico, che mi ha aiutato molto nei primi brani.
Scrivo in inglese e i testi sono totalmente miei, ma non essendo madrelingua mi confronto con un caro amico, Kevin, che mi dà una mano sulla correttezza.
- di solito cosa succede in una tua “live”?
Ci si diverte e si cerca di coinvolgere il pubblico. L’obiettivo principale resta proprio quello: divertirsi insieme.
- Che tipo di progetto vuoi realizzare con i brani che stai creando?
Un progetto versatile, senza un unico stile definito. Mi piace l’idea di toccare generi diversi, mantenendo comunque un’identità sonora riconoscibile.
- Che messaggio vuoi ai nostri ascoltatori/lettori?
Se c’è qualcosa in cui credete davvero, portatelo avanti. Se è la musica, fatelo fino in fondo, prima di tutto per voi stessi. Per chi vive così questa passione, è il nostro modo migliore ed autentico di comunicare.
- in che modo vuoi ricordare il tuo papà? C’è una frase in particolare che gli hai dedicato?
Forse con questa frase: “Hey, your weary eyes, always smiling through that stache.”
Aveva i baffi e, proprio come in quella frase, sorrideva spesso sotto i baffi, con quegli occhi a volte stanchi ma pieni di vita.









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