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“Blue Rooms” è il nuovo EP di SindroMe: cinque momenti che richiamano stati emozionali differenti. E tu, a quali di questi pensi di far parte?


“Chi sono?”


È questa la domanda da cui nasce Blue Rooms.

In un contesto storico in cui il distacco dagli altri è sempre più evidente e spesso mascherato da una connessione costante attraverso i social diventa difficile restare davvero presenti, vivere il momento e guardarsi dentro senza filtri.

Oggi siamo sempre connessi, ma raramente davvero vicini. È più semplice nascondersi dietro uno schermo che lasciarsi attraversare dalle emozioni e fluire nel mondo come facevamo un tempo.

Blue Rooms è uno spazio emotivo: un insieme di stanze interiori in cui ci si ritrova soli con i propri pensieri. Sono quei momenti di confronto con sé stessi in cui emergono anche le emozioni che tendiamo a evitare, malinconia, tristezza, senso di distanza, legate a una vita in cui spesso ci sentiamo più osservatori che protagonisti.

Ogni “room” è un luogo mentale, uno stato d’animo in cui ci chiudiamo senza accorgercene. Ma riconoscere di essere dentro una di queste stanze può essere già il primo passo per uscirne.


“Blue Rooms” sembra uno spazio emotivo più che un semplice EP: in che tipo di ‘stanza’ stai invitando ad entrare chi ascolta?


Si ho voluto racchiudere queste canzoni in delle stanze perché sono un po’ quelle in cui mi son trovata chiusa e da cui è stato difficile uscire. Non è una stanza specifica quella in cui vorrei far entrare chi ascolta, piuttosto vorrei far notare che ogni tanto siamo noi stessi a rinchiuderci in queste stanze che sembrano senza via d’uscita… ma il rendersi conto di essere chiusi in una di queste stanze può già essere un modo per avvicinarsi all’uscita


- Ogni brano è una “room”: sono luoghi reali, mentali o simbolici?

C’è un filo narrativo che collega le cinque tracce o sono frammenti indipendenti di uno stesso stato d’animo?

Perché hai scelto proprio il blu come colore dominante del progetto?


Sono luoghi mentali, i pensieri ci portano sempre lì delle volte e anche la quotidianità fa si che ci chiudiamo lì dentro.

Ho scelto il blu in modo istintivo già dal primo pezzo che ho scritto per questo progetto (Blue Monday), penso che racchiuda la sensazione di malinconia e tristezza consapevole (nel senso che non è buio totale).


- Nei tuoi brani emerge spesso il concetto di distanza: in che modo questo termine si muove nel tuo EP?


È distanza da se stessi, da quello che eri e da quello che vorresti essere. Poi c’è quella dagli altri, che oggi è soprattutto emotiva: sei sempre connesso, ma raramente davvero vicino.


- “Blue Monday” racconta la fine di una relazione: cosa resta davvero dopo che qualcosa finisce?

Quanto è difficile oggi riconoscersi, soprattutto in un momento di cambiamento personale?


Resta il ricordo amaro e la coscienza di quello che c’è stato, si attraversa una fase in cui ogni cosa quotidiana ha un peso differente e ci si vede diversi.


- “Troppo lontani” sembra quasi un brano generazionale: pensi che questa distanza sia una condizione condivisa?


Sicuramente, già la questione dei social che sembra avvicinarci in realtà ci tiene in contatto ma non fa vedere tutte le nostre sfaccettature non ci permette di essere al 100% nella relazione . È difficile ormai mostrarsi per come si è davvero e quindi entrare nelle relazioni totalmente. Questo pezzo però nasce pensando a tutte le amicizie che ho sentito vere ma che, per questioni logistiche, sono sparse per l’Italia e quindi la sensazione di essere collegati ma allo stesso tempo di sentire tutti lontani.


- Il progetto mescola soul, elettronica, drum & bass e reggae: come nasce questa contaminazione?


Nasce dall’esigenza di trovare uno spazio mio e dalla voglia di sperimentare. Ho voluto spaziare nei generi perché sento di restare intrappolata nei soliti temi nel momento in cui resto comoda nel mio stile originario. Cambiare suono mi ha costretta ad andare più a fondo.



- “Notte” ha un sound diverso, più reggae e sospeso: come si collega al tema dell’insonnia e della perdita di sé?

Quanto è importante per te creare un’atmosfera notturna nei tuoi brani?


In quel pezzo ho voluto esaltare la contrapposizione del farsi vedere felici e sentirsi assenti a se stessi con un sound che fosse appunto inusuale. La scelta del reggae nasce un po’ per gioco, ma quello che conta è poi raccontare effettivamente quello che stavo vivendo in quel momento, mi è piaciuto lavorarci perché mi son resa conto che il sound non è indicativo del tema ma anzi può aprire nuove visioni.

Abbastanza importante per quello di cui stavo parlando ma in questo caso senza appesantire ulteriormente con la musica, magari questo mi ha anche permesso di parlarne in modo più aperto.


Se Blue Rooms fosse un film, che tipo di immagini vedremmo?


Sicuramente un film vecchio in cui viene raccontata la noia della quotidianità…Routine ripetute, silenzi, piccoli gesti, ma senza nessun dramma.


- Scrivere per te è più uno sfogo o un modo per capire quello che provi?


Direi un modo per capire cosa sento, ultimamente sto entrando più in contatto con me stessa ma ogni volta è difficile poi scendere veramente in profondità . La scrittura mi permette di farlo e di dare tutto senza scuse.


Parti prima da un’immagine, da un suono o da una frase?


Dipende, mi lascio ispirare dal suono ma poi racconto delle vicende personali quindi direi dai ricordi


- C’è una “room” dell’EP che ti rappresenta più delle altre oggi?


Direi Voglia, quella sensazione di staticità e la voglia di capirsi veramente


Com’è stato lavorare con Zibba alla produzione? Cosa ha portato al tuo suono?


Zibba è stato un grande collaboratore ovviamente per le produzioni ma anche per avermi aiutata a raccontare fino in fondo e in modo reale le cose che stavo vivendo. Affrontare questo viaggio da sola sarebbe stato troppo difficile forse, mi ha dato il coraggio per farlo.


- “Notte” è l’unico feat: perché hai scelto Daria per quel brano?


Daria mi è stata proposta da Zibba e quando l’ho conosciuta ho visto proprio la sua purezza e genuinità con cui ha apportato la sua visione al pezzo. È entrata in punta di piedi nonostante il raggae fosse più il suo genere e mi ha aiutata a rappresentare quello che avevo in mente, lo rifarei sicuramente con lei questo pezzo non ci vedo altri artisti.


Quanto è cambiato il tuo approccio musicale rispetto ai tuoi lavori precedenti?


Molto, mi sono concessa di ampliare la scena dal punto di vista della scrittura e dei generi sperimentando. L’ho presa più come un modo per raccontarmi e non come qualcosa da fare come se fosse un compitino insomma. E sento che in questo modo mi sta dando molta più soddisfazione. Rispetto ai lavori precedenti c’è meno narrazione, e soprattutto meno vaghezza.


- Il nome SindroMe nasce da un insieme di sintomi emotivi: quali sono quelli più presenti oggi nella tua musica?


Nasce in realtà dal percorso collaterale che sto facendo ovvero la psicologa, un po’ per gioco anche se sento che è sempre più presente nella mia musica.


- Ti senti più osservatrice o protagonista delle storie che racconti?


Ad oggi direi più protagonista mentre in precedenza osservatrice


- Quanto Bologna ha influenzato il tuo percorso artistico rispetto alle Marche?


Molto, e una città molto attiva. Mi ha permesso di ascoltare molta musica e di aprirmi a nuovi generi e nuove modalità di fare musica.


- Cosa speri che le persone trovino entrando nelle tue “Blue Rooms”


Spero che trovino un appiglio e una mano per affrontare le loro questioni o stanze.


- Se qualcuno ascoltasse solo un brano per conoscerti, quale consiglieresti e perché?


probabilmente Notte, è un brano che ha energia nonostante il tema di cui tratta. E un po’ come se la musica facesse questo con me: mi desse la spinta per andare fino in fondo alle cose.


- Questo EP non dà risposte ma richiama altri interrogativi : qual è la domanda che ti accompagna di più in questo momento?


Me ne faccio talmente tante, ma penso che la domanda alla base di tutte sia “chi sono?” . È una fase in cui sto ancora cercando di capirmi e di trovare il mio posto nel mondo con tutte le ansie e paure collaterali.

 
 
 

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