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Il muro del suono nel canto

L’Italia è universalmente riconosciuta come la patria del Belcanto, tant’è che con molta probabilità è anche il paese dove nascono di continuo nuovi metodi di canto, ora fantasiosi, ora pieni di tecnicismi e riferimenti medico-anatomici ma mentre gli addetti ai lavori spesso litigano su quale sia il modo migliore per emettere un suono, chi fa arte e quindi crea si preoccupa piuttosto di raggiungere il cuore e la mente di chi ascolta, senza badare troppo se la corretta emissione di un suono sia attraverso l’una o l’altra tecnica.


Del resto è semplice misurare quanto distacco possa crearsi tra chi insegna il canto e tenta di delinearne il profilo d’approccio corretto e chi invece semplicemente dà fiato alla voce per esprimere ciò che ha da dire. Piccoli grandi esempi ne abbiamo di continuo in Italia: di Lucio Battisti agli esordi si disse che era stonato. Se Gianna Nannini o Vasco Rossi fossero andati a lezioni da un maestro di canto del loro tempo avrebbero probabilmente avuto detto che era tutto da rifare. Eppure le caratteristiche peculiari delle loro voci sommate a canzoni che sicuramente hanno lasciato il segno sono state il giusto mix per decretarne il successo. A chi obbietterà che loro però le canzoni se le scrivono da soli va ricordato che spesso hanno cantato canzoni di altri ,per cui maggiore attenzione daremo in questo articolo all’aspetto interpretativo piuttosto che alla composizione, argomento che merita di essere trattato a parte e nel dettaglio.

Volendo andare ai giorni nostri la situazione si complica, gli ascolti vanno in gran parte a

interpreti giovanissimi che però hanno fatto dell’auto-tune un vero oggetto di culto. Sdoganato l’utilizzo per migliorare l’intonazione di chi ha bisogno di un aiutino, l’uso esasperato ha portato alla nascita di un vero e proprio movimento che ne considera essenziale l’uso per classificare un prodotto musicale come rivolto ai giovani. Il rovescio della medaglia è anche il maggior pregio del suo utilizzo: oggi può cantare davvero chiunque. Per cui se vogliamo sporgerci a tentare di capire il mondo giovanile andremo ad ascoltare artisti come Blanco, classe 2003, che ha subito chiarito di non volere che la sua musica venga etichettata sotto un genere specifico perché cresciuto ad ascoltare Battisti (sempre lui), Lucio Dalla, Pino Daniele ma anche Sex Pistols, YungBlud, Mötley Crüe, Pink Floyd, Machine Gun Kelly, Adriano Celentano e Achille Lauro, salvo poi che alcuni critici musicali si sono comunque affrettati ad appioppargli il genere Hip hop latino, ammesso che sappiano di cosa parlano.

Mi soffermo su un dettaglio importante: particolare attenzione va posta alla differente modalità di diffusione delle canzoni negli ultimi decenni, infatti oggi l’immagine non può prescindere dalla musica per buona pace di chi ama (a ragione) la scelta dell’esilio di Mina e del sempre presente Battisti, precursore di tante, tantissime cose in campo musicale italiano e non solo. Il già citato Blanco così come Achille Lauro o finanche i Måneskin (ma la lista sarebbe lunghissima) hanno attinto a piene mani dagli esempi iconici del passato quali David Bowie, Led Zeppelin, Iggy Pop, The Cure, Kiss ecc. edulcorandone però la trasgressività in semplice scimmiottamento a volte e a citazioni culturali in altre occasioni, aiutati non poco dall’odierna capacità di sentire molto più tollerante verso atteggiamenti eccessivi che oggi sono vissuti alla stessa stregua di quando si osserva un combattimento di Wrestling: è tutto finto.

Le canzoni però sono vere, veicolano messaggi, raccontano epoche e soprattutto evocano emozioni, ci fanno sentire parte del tutto, ci divertono, commuovono e fanno persino riflettere, i giovani così come gli adulti. E se si usano le parolacce in alcuni generi, si usano le poesie in altri e le metafore in altri ancora e questa è la meraviglia della musica, unisce, permea, forma, ci innalza. Anche la più apparentemente banale ti porta a riconoscerti in un gruppo, un movimento, un’idea sociale o culturale ed esprime l’essenza dell’essere umano: la socializzazione. In un mondo fatto di terminali che ci incollano ad uno schermo, l’anima grazie alla musica può attingere alla nostra vera natura, può farci sentire parte del creato e creatori allo stesso tempo e vivere il presente insufflando ad ogni respiro energia vitale.

Quindi non bisogna studiare canto? Bisogna eccome! Bisogna acquisire tutto lo scibile a riguardo per potere avere poi la libertà di cantare come si vuole; si studia per tornare all’istinto iniziale, padroni però delle tecniche esecutive ed espressive. Bisogna sfondare questo muro! E da lì in poi sarà Musica.





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