Sanremo 2026 – Seconda serata: il quadro di maniera senz’anima
- Luigia Tamburro

- 23 ore fa
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Sanremo 2026 – Seconda serata: la scaletta perfetta di un’emozione mancata
Mercoledì 25 febbraio 2026, ore 20.40. Sigla Eurovision, billboard istituzionali, logo del Festival. Dalle scale dell’Ariston scende Laura Pausini, poco dopo la raggiunge Carlo Conti. L’ingranaggio è impeccabile. La macchina parte puntuale. E proprio lì si intuisce il paradosso della serata: tutto funziona, ma niente vibra.
Nuove Proposte: tecnica e regolamenti, ma poca anima
La prima parte è dedicata alle Nuove Proposte. Insieme a Gianluca Gazzoli arrivano i semifinalisti: Nicolò Filippucci contro Blind, El Ma & Soniko; poi Mazzariello contro Angelica Bove. Regolamenti scanditi con precisione notarile, percentuali ripetute (33% sala stampa, 33% radio, 34% televoto), codici, SMS, costi al centesimo.
È un Festival che spiega tutto, ma racconta poco.
Le canzoni scorrono: “Laguna”, “Nei miei DM”, “Manifestazione d’amore”, “Mattone”. I giovani fanno il loro, con energia e personalità. Ma la conduzione resta ancorata a una scansione frettolosa: introduzione, esibizione, stop al televoto, risultato. Nessuna vera narrazione attorno ai percorsi artistici, nessuna costruzione emotiva. È una gara ben organizzata, non un racconto.
I Big: quindici canzoni, zero respiro
Alle 21.15 si entra nel vivo con i Campioni. Conti illustra il regolamento (50% radio, 50% televoto) e snocciola i codici come un centralinista impeccabile. Inizia la lunga teoria di esibizioni.
Sul palco si alternano nomi storici e nuove leve: Patty Pravo con “Opera”, LDA & AKA 7even, Enrico Nigiotti, Tommaso Paradiso, Elettra Lamborghini, Ermal Meta, Levante, J-AX in coppia con Marco Masini, Dargen D’Amico e molti altri.
La scaletta è densissima, quasi compressa. Ogni artista entra, canta, riceve il bouquet e saluta. Il ritmo è serrato, televisivamente efficace. Ma proprio questa velocità diventa il limite più evidente della conduzione di Conti: non c’è spazio per una parola che vada oltre la formalità, per un ricordo, per una contestualizzazione.
Anche quando sul palco arrivano artisti con un peso specifico importante, l’introduzione resta neutra, asettica. Si procede. Sempre.
Laura Pausini: sketch cercasi contenuto
Parallelamente, Laura Pausini tenta più volte di alleggerire la serata con incursioni comiche, scambi con Lillo, giochi sul microfono, cambi d’abito, finte interruzioni. Il problema non è la disponibilità a mettersi in gioco – che c’è – ma la scrittura degli sketch: vuota, prevedibile, mai davvero incisiva.
Le gag si moltiplicano (“lezioni” di microfono con basi di “La solitudine” e “Rolls Royce”, coreografie di “È Sanremo”), ma non costruiscono un filo conduttore. Sono riempitivi più che momenti memorabili. Il pubblico partecipa, ma senza quell’abbandono che nasce quando la comicità sorprende o racconta qualcosa di vero.
Il momento più alto: Achille Lauro e il silenzio che finalmente parla
In mezzo a questa lunga maratona, un momento rompe la superficie patinata: Achille Lauro con “Perdutamente”.
È qui che, finalmente, il Festival smette di correre. Lauro costruisce un quadro lirico, accompagnato da soprano e coro, trasformando il palco in uno spazio sospeso. Il brano diventa un tributo ai ragazzi che hanno perduto la vita nella discoteca di Crans Montana. Non c’è ironia, non c’è fretta. Solo intensità.
È il momento più alto della serata. Non per effetti speciali, ma per densità emotiva. Per qualche minuto, Sanremo smette di essere scaletta e torna a essere rito collettivo.
Paradossalmente, è un artista – non la conduzione – a creare il clima che il Festival dovrebbe saper generare.
A mezzanotte inoltrata arriva il Premio alla Carriera a Fausto Leali. Si ricorda il debutto del 1968, parte una RVM con Pippo Baudo, si citano “Deborah” e i successi storici. Leali canta, emoziona con la sua voce ancora graffiante.
Ma anche qui il tempo è contingentato. L’emozione viene evocata, non costruita. È come se ogni momento dovesse rientrare in un cronoprogramma più forte del racconto stesso.
Verso l’una di notte arriva l’omaggio a Ornella Vanoni. Sul palco Camilla Ardenzi interpreta “Eternità”, preceduta da una clip celebrativa.
L’idea è suggestiva: affidare il brano a una giovane voce legata affettivamente alla grande artista. Ma ancora una volta manca la preparazione emotiva. Nessuna vera introduzione capace di raccontare cosa significhi Ornella Vanoni per la musica italiana, nessun aneddoto, nessuna pausa.
La canzone finisce e si passa oltre. Il pubblico non fa in tempo a entrare dentro il momento. È tutto corretto, elegante, ma frettoloso.
Dalla sigla iniziale fino alla classifica provvisoria letta all’1.15, questa seconda serata è un susseguirsi impeccabile di blocchi: gara, ospiti olimpici, collegamenti con la Costa Toscana, Suzuki Stage, Rai Radio 2, coreografie reiterate di “È Sanremo”, pubblicità, highlight.
Una costruzione televisiva irreprensibile.
Eppure resta la sensazione di un Sanremo privo di profondità narrativa. Laura Pausini non riesce a trasformare la leggerezza in comicità strutturata. Carlo Conti guida con mestiere, ma senza lasciare spazio al silenzio, alla memoria, alla contestualizzazione.
Tutto è lucido, ordinato, levigato. Ma come un quadro di maniera: la tecnica è visibile, la cornice è dorata, i colori sono armoniosi. Solo che, quando si spengono le luci dell’Ariston, resta poco da portare a casa.
Se non quel momento, raro e isolato, in cui la musica – grazie ad Achille Lauro – ha trovato finalmente il coraggio di fermare il tempo.









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