"Tutto Fabrizio De André" compie 60 anni
- Francesco Mazzini
- 7 minuti fa
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Ieri (11 gennaio), in occasione dell'anniversario della morte di Fabrizio De André, si sono svolte, come di consueto, le cantate anarchiche in tutta Italia, con la principale in Piazza del Duomo a Milano. Credo sia giusto ricordare in questa occasione il disco che proprio quest'anno compie sessant'anni e che è stato il primo disco del cantore genovese. Si tratta di Tutto Fabrizio De André, una raccolta antologica di alcuni dei suoi primi capolavori, molti dei quali divenuti presto grandi classici.
All'interno della raccolta troviamo La ballata dell'amore cieco (o della Vanità), dove un uomo viene crudelmente messo alla prova dalla donna amata fino al punto da indurlo a togliersi la vita per lei. Per la donna rimane solo la beffa finale col suo pretendente che muore felice lasciando a lei "solo il sangue secco delle sue vene". Per la crudeltà del tema trattato è interessante notare come De André abbia proposto un ritmo jazzato e un "trallalalalla tralallaleru" che conferiscono un aria scanzonata al brano che unita al macabro testo rendono l'atmosfera alquanto grottesca. Questo aspetto sarà tipico di molte opere del cantautore, essendo uno strumento tipico dell'arte per mettere in luce i vizi e i caratteri più bassi dell'essere umano e, in particolare per De André, di una classe borghese e bigotta che esclude e depreca moralmente gli ultimi.
Altro brano dove ritorna questo strano accostamento grottesco tra testo palesemente tragico e musica più spensierata è La ballata del Miché, un giovane che viene messo in carcere per aver ucciso il suo rivale in amore, ma non riuscendo a stare lontano dalla sua Marì si toglie la vita in cella.
L’atto simbolico rimanda alle letture dell’autore: le Lettere a Lucilio e La provvidenza di Seneca, che approfondiscono il suicidio come prova di coraggio contro incontrovertibilità dei nefasti eventi; Il mito di Sisifo di Camus, che concepisce il suicidio come unico problema filosofico, nell’urgenza dell’umanità di determinare se la vita valga la pena di essere vissuta.
Inoltre De André mette in luce il conflitto che sussiste tra un semplice uomo e la comunità:
oppone – cesellando dieci strofe in prevalenza quartine, con rime e sillabazione libera – l’autodistruzione dell’individuo a due colonne d’ercole della società: l’asettico giudizio della giustizia; la durezza della religione, che, per le modalità della morte, nega l’ultima messa a Michè.
Subito dopo La ballata del Miché troviamo un meraviglioso adattamento dell' Adagio del Concerto in Re maggiore per tromba, archi e continuo del compositore barocco Georg Philipp Telemann: è La canzone dell'amore perduto. Questo brano De André lo compone in occasione della fine della sua relazione con Enrica Puny Rignon (la madre di Cristiano).
In generale si potrebbe sostenere che la raccolta contenuta in Tutto Fabrizio De André, tolte tre tracce ( La ballata dell'eroe, Fila la lana e La guerra di Piero) che trattano principalmente del tema della guerra, tratta il tema generale dell'amore; ma è un amore quasi sempre vinto dai vizi dell'essere umano e dalla crudeltà: la vanità, la bigotta morale della classe borghese, l'insensibilità della giustizia o della religione nei confronti dei poveri Cristi. E' una raccolta di storie di vinti dalla vita e di amori perduti, degli ultimi (come nel caso della Canzone di Marinella) che riguadagnano, per il tempo di una canzone, la loro dignità. Così De André a distanza di sessant'anni, col suo misto di poesia musica e amara (grottesca) ironia ci ricorda ancora che esistono storie dietro alle persone, che dietro a vite deprecabili esiste un passato che nessuno può cancellare, che dietro allo scherno e all'emarginazione vi sono lacrime e dolori. Ma le sue rime sono anche un'accusa, amaramente ironica, a coloro che esprimono giudizi moraleggianti su queste vite, come accade ne La città vecchia:
Il senso di pietas di Faber verso le vittime della società borghese, divorate dal perbenismo che aleggia nelle vie più benestanti della città, si manifesta con una satira ficcante delle contraddizioni dei perbenisti, identificati da un professore moralista, che nelle ore notturne va nei carruggi a ricercare i piaceri della carne.
Questo è il suo lascito, questo è il suo insegnamento e, forse, a distanza di sessant'anni, possiamo dire che non abbiamo ancora imparato nulla.
"Se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo"
Fonti:
Le citazioni sono tratte da Tutto Fabrizio De André e Volume I sulle orme di Brassens e Villon di Annibale Gagliani che consiglio se si vuole un maggiore approfondimento: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Faber/1_Gagliani.html#google_vignette








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