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La terza serata di Sanremo 2026: musica senza sbavature e risate a metà; vince la gara dei comici Vincenzo De Lucia.


La terza serata del Festival di Sanremo 2026 si apre con l’ingresso solenne di Carlo Conti e Laura Pausini chiamati a guidare una puntata densissima, quasi enciclopedica per ritmo e contenuti. È la sera della finale delle Nuove Proposte e di metà delle esibizioni dei Campioni, ma anche quella in cui si misura la tenuta comica di un cast ricco di imitazioni e incursioni.



Le Nuove Proposte: energia e chiarezza



La gara tra Angelica Bove e Nicolò Filippucci si consuma in modo lineare, televisivamente efficace. “Mattone” contro “Laguna”, due brani diversi per scrittura e atmosfera, ma accomunati da un’esecuzione solida e concentrata. Il meccanismo di voto – sala stampa, radio e televoto – viene spiegato con la consueta precisione da Conti, che tiene saldo il timone. La proclamazione del vincitore arriva senza fronzoli: ritmo sostenuto, emozione misurata, macchina organizzativa impeccabile.



I Campioni: musica al centro


Con l’avvio della gara dei Big (50% radio, 50% televoto), la serata entra nel vivo. Da Maria Antonietta & Colombre a Leo Gassmann, da Malika Ayane a Sal Da Vinci, il palco alterna cantautorato, pop classico e nuove contaminazioni urban.


Momenti forti non mancano: l’omaggio a Mogol, che dedica la sua canzone più bella alla moglie, con il Premio alla Carriera restituisce memoria e profondità storica al Festival; il collegamento con il Suzuki Stage accende la piazza con i The Kokors; il ponte internazionale con Alicia Keya ed Eros Ramazzotti regala un segmento di grande respiro, culminato in “Adesso tu” e “L’aurora”.


C’è spazio anche per la coralità simbolica: Pausini sulle note di “Heal the World” con il Piccolo Coro dell’Antoniano è uno dei quadri emotivamente più costruiti della serata, con immagini di guerre in bianco e nero e un chiaro messaggio pacifista.



Il nodo comico: tante presenze, poca incisività



Se la musica convince per compattezza, la parte comica appare più fragile. Le imitazioni di Ubaldo Pantani nei panni di Lapo Elkann si susseguono con cambi d’abito e incursioni laterali, ma faticano a trovare un vero crescendo narrativo: il meccanismo è riconoscibile, il bersaglio facile, ma la scrittura resta in superficie. Il tormentone visivo non si trasforma mai in un momento davvero memorabile.


Anche l’ingresso di Virginia Raffaele con Fabio De Luigi legato alla promozione del film, resta più funzionale che esplosivo. L’intervista doppia tra la “vera” Pausini e la sua imitazione, affidata a Vincenzo De Lucia parte come un classico gioco televisivo ma inizialmente sembra inserirsi nel flusso senza scarti sorprendenti.


In generale, si percepisce una certa frammentazione: tante apparizioni, molte idee, ma poche battute destinate a sedimentarsi. La comicità non inciampa, ma neppure graffia.


Eppure, proprio quando la serata sembra aver archiviato il capitolo comico senza acuti, arriva la sorpresa. Nel segmento finale, con l’irruzione di “Maria De Filippi” sulle note di “Love’s Theme”, Vincenzo De Lucia cambia passo. La sua imitazione abbandona la caricatura insistita e sceglie la sottrazione: pause calibrate, tono misurato, piccoli dettagli vocali più che gesti ampi.


È qui che appare il più disinvolto e autentico tra i comici della serata. Non forza la mano, non cerca la battuta a effetto, ma gioca sull’imbarazzo studiato, sull’ironia sottile, su quella linea di confine tra omaggio e parodia che il pubblico riconosce e apprezza. La consegna delle “lettere” diventa così uno dei momenti più fluidi della notte, capace di alleggerire la tensione prima della Top 5 provvisoria.


In un contesto in cui la comicità ha spesso dato l’impressione di essere accessoria, De Lucia riesce a ritagliarsi uno spazio personale, quasi artigianale, dimostrando che a Sanremo funziona ancora la precisione più che il rumore.


La terza serata si chiude con la classifica parziale, il collegamento con Rai Radio 2 e l’appuntamento al DopoFestival. È stata una puntata ricchissima, a tratti sovraccarica, dove la macchina organizzativa ha girato senza sbavature e la musica ha avuto il suo spazio pieno.


Se c’è un elemento da ricalibrare, è proprio la scrittura comica: meno quantità, più identità. Perché in mezzo a tante presenze, è stato proprio chi ha scelto la misura – Vincenzo De Lucia – a lasciare l’impressione più nitida.

 
 
 

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