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Quando l’identità si frantuma: il mistero psicologico de “Lo specchio infranto”






Cosa succede quando la creatività non si accontenta di un solo linguaggio? Quando pittura, scrittura, musica e psicologia si intrecciano fino a diventare un unico percorso di ricerca personale? È da questa tensione verso l’esplorazione che nasce Lo specchio infranto, un thriller che va oltre i confini del genere per trasformarsi in un viaggio nell’identità e nelle inquietudini dell’essere umano.


L’autore, da sempre attratto dalle molteplici forme dell’espressione artistica, racconta come il desiderio di sperimentare e mettersi continuamente in gioco sia il motore della sua attività creativa. Non la specializzazione in un unico campo, ma la curiosità verso territori diversi – dalla pittura alla musica, fino alla scrittura – diventa il modo per osservare la realtà da prospettive sempre nuove. Ed è proprio questa visione “frammentata”, quasi caleidoscopica, che attraversa le pagine del romanzo.


Al centro della storia troviamo Ivano Paltesi, un uomo apparentemente intrappolato nella routine, che decide di inseguire una traccia misteriosa legata al passato della casa in cui vive. La sua ricerca lo porterà sulle orme di Paolo Avanzi, una figura enigmatica che finirà per diventare qualcosa di più di un semplice oggetto di indagine: quasi un alter ego, uno specchio in cui riflettersi fino a confondere realtà e immaginazione.


Tra suggestioni psicologiche, atmosfere cariche di mistero e il simbolismo inquietante di uno specchio infranto – metafora della nostra identità frammentata e della difficoltà di comprendere davvero noi stessi e gli altri – il romanzo accompagna il lettore in un percorso che è allo stesso tempo investigazione e introspezione.


Ma Lo specchio infranto non è solo un thriller: è anche una domanda lanciata nel futuro. Che cosa rimarrà di noi, delle nostre opere e delle nostre scelte, quando non ci saremo più? È da questa riflessione, profondamente umana e universale, che prende forma una storia capace di coinvolgere e far riflettere.


Un libro che incuriosisce, inquieta e invita a guardarsi dentro. E forse è proprio questo il motivo per cui, una volta iniziato, diventa difficile smettere di leggere.


Intervista a Paolo Avanzi



Ho letto sulla tua biografia che la scrittura è una delle tante attività culturali di cui ti occupi. Come nascono in te tutte queste sfaccettature?

Mi piace sperimentare e mettermi in gioco, anche in campi in cui parto da zero. E’ stato così per la scrittura creativa, la pittura e di recente per la musica, essendomi cimentato come cantautore. In tutto questo c’è anche un po’ di azzardo o incoscienza. E’ evidente che se uno percorre la stessa strada tutta la vita diventa uno specialista e non corre grossi rischi. Però questo può essere un limite. Credo che spaziare su più ambiti sia anche un modo per tenere allenato il cervello.


Come i tuoi studi di psicologia hanno influenzato la stesura del tuo libro “Lo specchio infranto”?

C’è un mio interesse di fondo nei riguardi della persona umana nelle sue problematiche. Chi sceglie la psicologia come campo di interesse lo fa spesso per una forma di insoddisfazione nei riguardi delle relazioni umane. Credo che lo sia stato anche per me. Da questo senso di disagio però ne deriva una spinta ad una maggiore consapevolezza di sé. Guarda caso ho scoperto che Lacan parla di “teoria dello specchio infranto” per spiegare il senso di incompiutezza in soggetti che faticano a trovare una propria identità. Nel mio romanzo il protagonista deve ritrovare la propria identità, e lo fa mettendosi sulle tracce di una persona scomparsa che potrebbe essere il suo alter ego.


Che cosa ti ha ispirato a scrivere questo libro di genere thriller?

Mi sono domandato che ne sarà di quello che ho creato quando non ci sarò più. Una domanda che si pongono molti creativi che temono di finire nel dimenticatoio. Da qui è scaturita questa mia proiezione nel futuro. E’ stato anche un modo per vedermi dall’esterno, con gli occhi di chi si potrebbe avvicinare alle mie opere in un lontano futuro.


Lo specchio che si infrange sembra parlare anche in un certo senso di superstizione e magia? Un mondo che avvicina il protagonista alla sua ossessione verso il proprietario della casa.

C’è la diceria che uno specchio rotto porti male. Forse perché un tempo gli specchi costavano parecchio. Ma anche perché vedere la propria immagine scomposta crea un po’ di inquietudine. Una sensazione che può rimandare a paure ancestrali. Nel romanzo aleggia in effetti un senso di magia che non deriva da effetti paranormali ma dal senso di ignoto che prova il protagonista che si sente sovrastato dall’atmosfera della casa e dal suo passato. Questo specchio infranto è anche una metafora della difficoltà di comprendere la situazione propria e altrui.


Ho notato che Il tema della frammentarietà è qualcosa che le sta molto a cuore. Cosa le affascina di più?


La realtà che ci circonda è estremamente complessa e in continuo divenire. Ne comprendiamo solo una parte. La frammentazione è una conseguenza della nostra limitata capacità di comprensione. Io ho cercato di renderla nei miei dipinti oltre che nelle mie storie. Trovo stimolante l’idea di rappresentare questa frammentazione, anche se alcuni ne rimangono un po’ sconcertati, forse perché si tende a preferire una visione chiara e definita di ciò che ci sta intorno.


Si potrebbe associare ad un mondo caleidoscopico dove ogni pezzo del puzzle ha un proprio punto di vista?


In effetti il mondo, così come ci appare, è un immenso caleidoscopio. Ogni frammento ha una sua identità come risultato del punto di vista di chi lo osserva.


Nella parte finale del libro Ivano Paltesi, dopo aver fatto numerose ricerche sul proprietario di casa, Paolo Avanzi, sembra quasi diventare il suo alter ego fino a confondere realtà e fantasia. Come spiegherebbe tutto questo in chiave psicologica?


Questo Ivano Paltesi è un uomo insoddisfatto della propria routine. Una situazione comune a molti che hanno un lavoro e una relazione tranquilli ma senza stimoli. Lui decide di voltare pagina. Il che in fondo è il sogno di molti che non si sentono realizzati ma che hanno paura di cambiare in peggio. Il protagonista in qualche modo riflette un senso di disagio che provai anni fa quando lavoravo in azienda e non mi sentivo realizzato. Io ho dato vita a questa volontà che molti avvertono ma che pochi realizzano.


Quanto c’è di autobiografico nel suo libro?


Direi che è molto autobiografico considerando che si parla di me come pittore e scrittore, anche se in una proiezione futura. Lo stesso protagonista, come ho detto, riflette le mie inquietudini, da giovane soprattutto, quando mi sono avvicinato alla pittura e alla scrittura.


È stato mai ossessionato da qualcosa tanto da diventare quella cosa?


L’autore deve calarsi in una storia mantenendo però il contatto con la realtà. Altrimenti il rischio, secondo me, è di perdere il controllo, di lasciarsi fuorviare. C’è questo gioco di immedesimazione e di distacco che deve avere anche l’attore quando si cala nei personaggi che mette in scena.

La scrittura del libro è stata lineare o hai incontrato qualche difficoltà e vuoto nel processo creativo?


Difficoltà vere e proprie direi di no o. L’importante è avere in testa una trama ben strutturata. Ci deve essere un’idea forte e originale che faccia da motore per l’intera narrazione. Se c’è questa idea i momenti di “stanca” si superano.


Cosa volevi raccontare con “Lo specchio infranto” e comunicare al lettore?


Volevo proporre una prospettiva rivolta al futuro. Stimolare il lettore ad interrogarsi sulla sua storia, prima che su quella del romanzo. Troppo spesso ci si perde in una visione del contingente piuttosto limitata. Magari per quieto vivere. Lo specchio infranto è questa metafora della nostra realtà, complessa sì, ma per questo affascinante, che dobbiamo affrontare come una sfida per quanto insidiosa.

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